DONNE, STEM E INDUSTRIA 4.0

| 22 marzo 2018 | 0 Commenti

di @ValeriaManieri- Segretaria Generale Pari o Dispare

Il tema dell’industria 4.0 e dello sviluppo di nuove competenze è sempre più nell’agenda di tutti i paesi sviluppati. Ma in pochi ancora si chiedono quanto lo sviluppo e il progresso in questo campo siano anche, se non preliminarmente, una questione di genere.

La sfida per una società competitiva, concorrenziale, aperta, equa e sostenibile, si gioca moltissimo sulla possibilità o meno per  le donne di influire e determinare nuovi processi di automazione che le aiutino, una ingegneria gestionale che permetta di valorizzarle, una riorganizzazione del lavoro senza gap, caratterizzata da una forte innovazione tecnologica e digitale.

Ma le donne laureate in materie scientifiche e attive nei cosiddetti “STEM” ( SCIENCES, TECHNOLOGY, ENGINEERING and MATHEMATICS - scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) sono ancora troppo poche, pochissime, per scalfire  un settore del sapere tradizionalmente di  “dominio” maschile e per permettere una vera competizione tra cervelli senza distinzione di sesso che aumenti la produttività del nostro Paese.

Le donne che occupano posizioni tecnico-scientifiche in Italia sono davvero poche. La percentuale nostrana è infatti tra le più basse dei Paesi Ocse: il 31,7% contro il 68,9% di uomini.

Inoltre, secondo dati Ocse, Istat ed Eurostat, soltanto il 5% delle ragazze quindicenni italiane aspira a intraprendere professioni tecniche o scientifiche, conseguentemente alle loro scelte scolastiche ed universitarie. Questione di cultura e stereotipi, ovviamente, non certo di neuroni troppo “romantici”: è convincimento comune – ed errato- che  le donne siano  “più portate” per materie a “soft skill”, nelle capacità di problem solving e multitasking (guarda caso quelle che servono per far stare 15 mila cose diverse nella stessa giornata, come pulire, stirare, far da mangiare ai figli e lavorare). Ovviamente il neurone femminile sembra essere, sempre secondo cultura pop, tradizionalmente affamato di discipline umanistiche. Del resto il racconto dei media e di questa società è stato ampiamente scoraggiante. Alcuni studi tuttavia dimostrano  che nei primi anni di scuola le bambine riportano le medesime capacità e lo stesso interesse (anzi più elevato)  per le materie scientifiche rispetto ai loro compagni maschi. E’ dalla adolescenza, quando gli stereotipi si fanno ancora più forti e i rapporti maschi- femmine si delineano maggiormente,  che inizia il lento e inesorabile scoraggiamento a svantaggio delle scienze.

Non bastano per ora nell’opera di persuasione – per la verità ancora modesta- da parte dell’informazione, neppure i dati sugli sbocchi professionali e le percentuali. Vale la pena pero’ tenerle a mente: nelle discipline umanistiche e giuridiche la percentuale di donne occupate,  a un anno dalla laurea, si ferma al 40%, contro il 79% di donne laureate in Ingegneria. Ciònonostante, solo una donna su cinque sceglie di studiare ingegneria, mentre gli uomini sono più del doppio.

Infine ci sono strane tendenze su cui riflettere. Se negli anni ‘80 potevamo contare su una percentuale del 37% di laureati in computer sciences, oggi la cifra si è abbassata notevolmente. Raggiungiamo infatti a stento il 18%.

Infatti, a fronte di un graduale ma lentissimo miglioramento dei tassi di occupazione femminile nel nostro Paese, il numero di donne laureate in materie importantissime per il mondo ICT di oggi è sostanzialmente in stallo, per la verità sia per responsabilità maschile che femminile.

La percentuale di laureati in materie scientifiche è molto bassa in generale nel nostro Paese. Secondo l’ultimo rapporto disponibile “Education at a glance 2017″ dell’Ocse, solo 100 italiani su 18 sono in possesso di una laurea, ovvero la metà della media dei paesi industrializzati. Peggio di noi solo il Messico. Il 30 per cento di chi intraprende un percorso di istruzione accademica e lo porta a termine sceglie facoltà con scarsi sbocchi lavorativi: solo il 25 per cento proviene infatti da dipartimenti scientifici.

Il tasso di occupazione generale per ambo i sessi nell’ambito Stem è dell’82%, (85% per ingegneria), in quello economico-giuridico dell’81%, per le materie umanistiche scende al 74%.

Sappiamo bene che le competenze sono e saranno il fulcro di una economia della conoscenza che ci attende al varco, una conoscenza vasta ma specialistica e ad alti skills.

Secondo Cedefop (Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale) tra il 2015 e il 2025 il tasso di occupazione nelle professioni scientifiche e ingegneristiche nella UE28 crescerà del 13%, nonostante  si preveda che l’occupazione totale cresca solo di un modesto 3%.

Saranno penalizzate soprattutto le professioni  agevolmente sostituibili dalle macchine, quelle con funzioni di carattere routinario  e quindi a bassi skills,  sia nei processi produttivi che amministrativi.

Sempre secondo il Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale, la carenza di competenze  STEM e ICT, crescerà nei prossimi anni con il diffondersi delle tecnologie digitali. Che cosa significa? In buona sostanza avremo bisogno di matematici, statistici, analisti di big-data, sviluppatori di software e applicazioni web, ingegneri elettro-tecnologici. Ma saremo anche carenti e quindi bisognosi di professioni legate all’ambito sanitario per via del graduale e inevitabile invecchiamento della popolazione e per via dell’incidenza di malattie croniche. Avremo poi bisogno ancora di competenze specifiche di marketing, per veicolare al meglio e in modo avanguardistico i nostri nuovi prodotti. Ci sarà di che sbizzarrirsi, non occorre essere tutti geni della matematica e dell’informatica insomma.

Avranno spazio, secondo diversi report, anche creatività e design, purché capaci di interagire con gli aspetti innovativi proposti dal mercato, sfruttando le nuove tecnologie.

Tenendo conto di questi dati, di questo contesto e cotante prospettive, è evidente che o la partita donne e STEM si gioca ora, investendo in formazione, orientamento, agevolazioni, cultura e ribaltamento degli stereotipi, o le donne saranno destinate a perdere ancora terreno. Ciò si tradurrebbe inevitabilmente in un ulteriore impoverimento per la popolazione femminile, in un aumento delle disuguaglianze e della povertà, in uno scacco matto alla occupazione femminile.

Una strategia politica ed economica è essenziale. Ed occorre fare presto, prima che arrivi la quinta rivoluzione industriale e che sia già troppo tardi.

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NB: Pari o Dispare, già alla fine del 2016, presso il Senato della Repubblica, aveva promosso un convegno e una tavola rotonda con esperte, esperti, donne della politica e soprattutto donne imprenditrici in campi innovativi e a capo di nuove start up.

A questo link trovate l’audiovideo di quell’incontro dal titolo ” LE DONNE NELLA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: OCCUPAZIONE, TECNOLOGIA E WELFARE”

Al seguente indirizzo web un articolo comparso sul blog del Sole 24 ore di Mary Franzese, donna manager e panelist proprio in quell’appuntamento, su quel meeting   “L’anima delle donne della quarta rivoluzione industriale” 

Segnaliamo inoltre questo buon articolo  dal titolo “Stem e donne: cosa ci perdiamo finché saranno solo delle “infiltrate” che riporta i dati di una ricerca e di un libro dal titolo “Le infiltrate”, del Professore Nicola Palmerini, Edito da  Egea, 2016.

 

 

 

 

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Categorie: Lavoro e welfare

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